La stampa 3D che combatte lo spreco di cibo

Nell’anno di Expo 2015, dedicato all’alimentazione, quello dello spreco di cibo è un tema che ci auguriamo diventi presto mainstream. E questo semplicemente perché viviamo in un mondo che produce più cibo di quanto la sua popolazione avrebbe bisogno, ma che, paradossalmente, lascia a morire di fame una larga parte di individui.

L’Italia non è tra i paesi europei più spreconi, ma neanche tra i più virtuosi (vd. il rapporto della FAO). 

Assume quindi un significato particolarmente positivo il fatto che sia stata un’italiana, Marina Ceccolini, ad aver ideato un filamento per stampa 3D ricavato da scarti alimentari (AgriDust).

Il processo di realizzazione di AgriDust. Immagine presa da http://www.3ders.org/images2014/italian-designer-develops-new-eco-friendly-filament-made-from-food-10.JPG

Il processo parte dall’essiccazione degli scarti (es. buccia di mandarino), che vengono poi polverizzati; mischiati poi con del materiale legante, si ottiene il filamento.

Come spiegato anche da 3ders.org, quello di Marina al momento è “solo” un progetto di studio, e per poter progredire ci sarà bisogno del coinvolgimento di esperti del settore. Tuttavia è lecito supporre che, nei prossimi anni, progetti analoghi possano prendere sempre più piede, e anzi alcuni indizi in questo senso si sono già visti; è il caso -ad esempio- di Joshua Pearce della Michigan Technological University, che in uno studio ha dimostrato come riciclare plastica da contenitori (es. quelli del latte) possa essere anche più economico rispetto all’acquisto di nuovi filamenti (vd. articolo). 

La stampa 3D può quindi dare un discreto contributo anche all’ambiente, non solo per il diffondersi di nuovi metodi di produzione decentralizzata (il più noto dei quali è 3D Hubs), ma anche per il riciclo di materiale.

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