Delocalizzazioni: la stampa 3D può invertire la tendenza?

Ha fatto molto scalpore, in questi ultimi giorni, la notizia della “moral suasion” del neo eletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nei confronti delle case automobilistiche (GM e Ford), a cui il tycoon aveva minacciato forti dazi in caso di delocalizzazioni in Messico.

Ora, al di là delle possibili esagerazioni a fini di propaganda politica (GM ha spiegato che il grosso delle vetture è già prodotta negli Stati Uniti, e che in Messico viene prodotta solo la versione a due volumi), il tema delle delocalizzazioni è senza dubbio uno dei più sentiti dalla popolazione, e certamente non solo negli Stati Uniti.

Se ne è occupata, di recente, anche la P2P Foundation, nella persona del fondatore Michel Bauwens, in un articolo in cui riporta le parole di Brian Holmes a proposito del ritorno alla dimensione locale dell’economia.

Ciò che invece potrebbe significare questa “nuova economia” è un nuovo tool-kit di macchine a controllo numerico (o CNC), che sono anche aperte a quella “Produzione paritaria” (wiki) di cui parla Michel Bauwens. Parlo di frese controllate digitalmente, torni, seghe a nastro etc., non solo di stampa 3D. I vantaggi di queste macchine -relativamente economiche- è che permettono a piccoli gruppi di lavoratori di portare avanti progetti sofisticati, appagando quel desiderio culturale di dignità del lavoro senza dover rendere conto a manager oppressivi. Se le persone imparano ad usarle in un sistema industriale capitalista ma locale, producendo beni di qualità per salari dignitosi, allora durante i periodi di disoccupazione o di pensionamento troppo precoce potrebbero anche essere usati -in un’economia incentrata sui Beni Comuni- per aiutare a ricostruire una comunità resiliente.

 Ora, ci sono alcuni indizi che sembrano avvalorare questa tesi. 3Ders.org ha pubblicato di recente la storia della Luke Toys Factory, azienda a gestione familiare (padre e figlio, Jim e Luke Barber) che, come si evince dalla stessa Home Page del sito, punta molto sul concetto di “Made in America” (per la precisione a Danbury, Connecticut), con tanto di richiamo ad un nostalgico “good old American manufacturing”.
Eppure, al contrario di quanto potrebbe sembrare a prima vista, quest’impresa è tutto tranne che antistorica. Si è finanziata con una campagna di crowdfunding su Kickstarter, e soprattutto ha usato la stampa 3D per creare i prototipi. Anzi, Luke è stato ben più esplicito riguardo al ruolo giocato dalla prototipazione rapida nella sua azienda:

Se non fosse stato per la stampa 3D, avremmo speso migliaia di dollari solo per fare un modello, magari scoprendo poi che in molti casi non funziona. Con la stampa 3D abbiamo speso 50$. Non ce l’avremmo fatta senza.

L’aspetto più significativo della vicenda, tuttavia -e che sembra dar ragione a Bauwens e Holmes- è quello “sociale”. 

Ci sono almeno 40 persone impiegate nella produzione di questo giocattolo. Ci sono molte sfaccettature in ciò. Non si tratta soltanto di noi 4 qui a Denbury. Tutti quelli coinvolti nel processo guadagnano un salario dignitoso. Una delle ragioni per cui stiamo facendo tutto ciò è dimostrare che può ancora essere fatto. Con l’industria c’è un effetto moltiplicatore: interi gruppi di persone restano coinvolti da dove le cose avvengono.

Una vicenda, insomma, che può essere presa ad esempio virtuoso di quella strategia riassunta dal motto think global, act local. Utilizzare cioè la Rete per condividere esperienze, conoscenza (anche tecnica) e favorire lo scambio interculturale, riportando però i processi produttivi in una dimensione locale, e dunque più sostenibile dal punto di vista ecologico e sociale.