Circa un anno fa si è tenuta, a New York, la Inside 3D Printing Conference, evento dedicato alla stampa 3D e al suo sviluppo. E, come si apprende dagli articoli che se ne sono occupati, uno degli argomenti più dibattuti è stato il problematico rapporto tra questa tecnologia e il copyright.

Le scuole di pensiero sono più d’una. Da una parte c’è chi, come Peer Munck, crede che la “democratizzazione” della stampa 3D (cioè la sua diffusione anche tra la popolazione media) possa creare uno scenario simile a quello che fu il fenomeno Napster, con con utenti che si scambiano “selvaggiamente” modelli 3D in peer to peer. E, pare di capire, si auspica che la reazione sia più o meno analoga a quella che portò alla chiusura del sito.

D’altra parte c’è chi, come Melba Kurman, pensa che la proprietà intellettuale vada sì difesa, ma adattando ed adeguando la normativa ai tempi che cambiano; e che, soprattutto, compito del legislatore dovrebbe essere quello di varare leggi che tutelino l’interesse collettivo, non solo quello delle varie lobbies.
Ora, non è questa la sede per entrare nel merito d’una materia così complessa; si tratta di uno dei temi più discussi negli ultimi anni, e chi vuole approndire il tema ha tutte le opportunità per reperire ottimo materiale, sul web come altrove.

Ciò che invece trovo quasi “intrigante” è il fatto che l’avvento della stampa 3D ha, per così dire, “riportato all’ovile” il tema del copyright, nato proprio come contromisura da parte della Corona inglese alla diffusione della stampa a caratteri mobili, nel XVI secolo.

L’invenzione di Gutenberb, del resto, aveva sconvolto il mondo per il suo potenziale rivoluzionario: se fino a quel momento i vari sovrani e il clero erano stati gli unici soggetti a poter decidere cosa si poteva stampare e cosa no, l’introduzione di questa nuova tecnologia trasformava potenzialmente chiunque in uno stampatore, e quindi di diffusore di idee ritenute “pericolose”.
Di fronte a questo pericolo, i vari stati reagirono diversamente; la Francia col divieto esplicito di utilizzo, l’Inghilterra con un metodo molto più sottile: concedere il diritto di copia soltanto ad una società (la London Company of Stationers), in cambio dell’impegno, da parte di quest’ultima, ad attenersi ai dettami regi sulle opere da censurare.

Poi, nel corso dei secoli, il problema del copyright si è per così dire “spostato” sul web, che in ultima analisi riproponeva, in maniera ingigantita, lo stesso esatto scenario: chiunque poteva -stavolta anche molto più facilmente- (ri)produrre e distribuire opere, arrecando danno economico alle case editrici e discografiche.

Oggi, dunque, il dibattito è più acceso che mai, e anzi parrebbe arrivato ad un punto di svolta, perché ormai, con la diffusione della stampa 3D, non c’è più in ballo solo l’industria musicale o quella cinematografica, ma -potenzialmente- l’Industria in generale. Che “rischia” di essere rivoluzionata per davvero.
Si pensi ad esempio a 3DHubs, la piattaforma che mette in rete i possessori di stampanti e chi ha bisogno di stampare un oggetto; un sistema che ottimizza il trasporto, riducendo al minimo le distanze da percorrere per avere un oggetto (e quindi, in ultima analisi, anche l’inquinamento).
Altre osservazioni, poi, s’impongono circa il problema della Proprietà Intellettuale vero e proprio. L’idea che chiunque possa trovare qualunque cosa gratuitamente su Thingiverse, ad esempio, pare un tantino irreale.Se certi oggetti d’uso quotidiano possono effettivamente essere reperiti gratis online, è anche vero che esistono siti -come CGTrader– in cui i modelli 3D si possono anche vendere e comprare. Ed è del tutto evidente che molte persone, oggi, sono disposte a spendere cifre ragionevoli (superiori ai “due dollari” di cui si parla nell’articolo linkato) per potersi procurare modelli 3D particolarmente originali, esteticamente belli e che non sarebbero capaci di creare da soli.

Infine, un’ultima considerazione generale sorge spontanea.
Più volte, in passato, l’avvento di alcune innovazioni tecnologiche è stato accolto con un coro di previsioni catastrofiste, che immaginavano la fine di certi mestieri o abitudini; il cinema avrebbe fatto morire il teatro, la televisione a sua volta avrebbe ucciso il cinema (per non parlare della radio). La realtà, come si è visto, è stata (fortunatamente) diversa, e nessuna di queste forme di spettacolo è defunta. O, per fare un altro esempio, oggi c’è chi ritiene che la possibilità di auto-pubblicarsi i libri tramite servizi di self-publishing online possa costituire una minaccia letale per le case editrici. E invece, pur essendo vero che gli e-book sono in rapida ascesa, sembra ancora molto lontano (soprattutto qui in Italia) il giorno in cui i grandi editori dovranno chiudere per colpa delle auto-pubblicazioni.

L’augurio, quindi, è che il problema del copyright in rapporto alla stampa tridimensionale venga affrontato con razionalità, e che chi deve prendere decisioni lo faccia senza farsi troppo suggestionare da scenari apocalittici disegnati appositamente per tutelare interessi di parte.